Di tutti i crimini neri che l'uomo commette contro il Creato, la vivizezione è il più nero. (Mahatma Gandhi)
Factory farms are hellholes worldwide. They are all the same on the four continents, exactly like KFC’s or McDonald’s—if you’ve seen one, you’ve seen them all.
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2009-01-16

EU Announces Strict Ban on Dog and Cat Fur Imports and Exports

 Many people wish that all the chinese that lives on that disgusting trade will all die of hunger and with terrible suffering just like the dogs and cats they are skinning alive.

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On January 1st, 2009 has become effective the European Union ban on the import, export and trade of cat and dog fur .

The ban, spurred by international outrage about images of dogs and cats being callously killed for their fur, was passed by a unanimous vote of the European Parliament on June 19, 2007.

Italy, Denmark, Belgium, France and Greece individually banned dog and cat fur a few years ago, sparking a wave of public pressure for an EU-wide prohibition. In December 2005, EU Commissioner Markos Kyprianou pledged to ban dog and cat fur. A massive letter-writing campaign and petition drive followed, placing pressure on the EU to act quickly. The European Union currently has 27 members and several more in consideration for membership.

"Every year, the fur of millions of cats and dogs in China and other parts of Asia is made into garments and exported for sale in other countries," said Mark Glover, director of Humane Society International in the United Kingdom. "The ban will ensure that EU citizens are not unknowingly contributing to this gruesome and cruel practice."

In the late 1990s, Humane Society International and The HSUS conducted an 18-month investigation into China's fur industry. Evidence was obtained that the fur of dogs and cats were used to make garments that were exported to foreign markets. Investigators captured unsettling images that included a German shepherd dog being skinned alive in public view and cats being slowly strangled to death in front of their terrified cagemates.

HSI/HSUS investigators found garments made with dog or cat fur on sale in Australia, Europe and the United States; these were often falsely labeled (as other animals or even as "fake fur") likely because consumers would refuse to purchase the fur of companion animals.

The import, export and sale of dog and cat fur was banned in the United States in 2000 as a result of the undercover HSI/HSUS investigations, and Australia followed with its own ban shortly thereafter.

In China, a country which has no animal welfare laws, dogs, cats, raccoon dogs and other animals are openly and legally slaughtered often in cruel ways. China is the largest exporter of fur in the world.  By closing foreign markets for dog and cat fur, Chinese fur businesses will have fewer places to market their products.

It is hoped that this ban will push the Chinese authorities to initiate strong animal welfare laws and tough enforcement.

Source: HSUS

2008-12-13

Campagna Promossa dalla Fondazione Brigitte Bardot

 

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Promossa dalla Fondazione Brigitte Bardot per ricordare ai consumatori l’oscuro mondo di violenza e sofferenza che si cela dietro la presunta bellezza ed eleganza delle pellicce ha visto la reazione dei pellicciai francesi (08/12/08)

La campagna si basa su tre immagini: un giovane con un cappotto imbottito di pelo, una donna con una lunga pelliccia e un ragazzo con una giacca bordata di pelo, ciascuno davanti a un animale da pelliccia morto. Il testo è lapidario "Mi va di vestirmi come i miei amici e tanto peggio per te".

Poiché l’attualità (ma forse la storia) ci insegna che è bene avere la faccia come il culo, l'Associazione Pellicciai Francesi ha presentato una formale protesta all’autorità nazionale per la pubblicità sostenendo "la violenza" della campagna. Violenza? Stabilire con una immagine quella che oggettivamente è la realtà che si cela dietro a una pelliccia come fa a essere violenza? Se l’immagine di quella realtà è violenta, come vogliamo definire la realtà stessa che viene ritratta? O il problema è che la violenza nascosta è bene, quella esposta è male? .

È evidente che la vera violenza sta in quei milioni di animali selvatici intrappolati e uccisi o allevati in condizioni miserrime e poi soppressi per il vanto o il gusto di qualche sconsiderato. Per confermarci di avere la faccia come il culo ed essere degli ipocriti al di là di qualsisi limite tollerabile, adesso i pellicciai francesi ssi sono inventati la "tracciabilità" del prodotto.

E la Polizia in Francia ha già sequestrato 4.000 capi di abbigliamento conferzionati con pelliccia di cane e gatto (vietata nell’Unione europea) e marcati come "pelo sintetico". Se si riesce a spacciare pelo vero per sintetico, chi diavolo saprà mai valutare la "tracciabilità" di qualsiasi pelliccia senza ricorrere all’analisi del DNA?

Fonte: Fondation Brigitte Bardot

2008-12-10

Pelliccie di Coniglio: il Massacro Sconosciuto

Una parte sconosciuta del mercato della pelliccia è la produzione di pelli di coniglio, incredibilmente alta rispetto a tutte le altre specie di animali. I numeri di pelli di coniglio messe sul mercato si stimano a livello mondiale intorno ad 1 miliardo l'anno. Nella sola Francia, paese tra i maggiori allevatori di conigli per qualunque finalità, vengono prodotte 70 milioni di pelli l'anno.
Questi numeri ribaltano completamente quelli che fino ad ora sono stati diffusi dal movimento di liberazione animale, ma anche dal settore della pellicceria, riguardo agli animali scuoiati ogni anno.
Fino ad ora già sembrava enorme la cifra di 40 milioni di animali, di cui tra i 25 e i 35 milioni visoni. Adesso, con questi dati alla mano non possiamo che fare alcune considerazioni sulle nuove strade percorse dall'industria della pelliccia, e quindi anche rivedere strategie e finalità della lotta per la scomparsa di questo macabro mercato.

IL MITO DEL CONIGLIO COME SOTTOPRODOTTO DELLA CARNE
La scusa accampata dalle ditte che utilizzano pelli di coniglio è che queste derivano da scarti dell'industria della carne, e quindi ciò le renderebbe accettabili. Possiamo semplicemente rigettarla mettendo in evidenza la crudeltà nell'industria della macellazione e ponendo sullo stesso piano lo sgozzamento di un animale per cibarsene o lo scuoiamento per vestirsene. Così come non si dovrebbe in ogni modo indossare cadaveri di animali, rendendo accettabile tale tipo di indumento.
Ma soprattutto qui ci preme fornire alcuni dati sull'allevamento dei conigli che smascherino tali menzogne e spieghino quanto spesso le pellicce di questo animale non provengano affatto dall'industria della carne ma da allevamenti appositi. Stesso discorso per i conigli d'Angora, utilizzati per la produzione di pelo, di cui tratteremo però a parte.

La produzione di carne è sicuramente il principale obiettivo dell'allevamento di conigli, ma al contrario di quanto si possa immaginare a livello storico le razze di conigli sono state selezionate in base alla pelliccia e non alla qualità della carne.
Dalla pelle di questi animali si possono comunque recuperare due sottoprodotti: la pelliccia o il pelo (utilizzato come fosse lana).
Questi sono comunque di bassa qualità, tanto che spesso le pelli di coniglio provenienti dai mattatoi vengono utilizzate per la produzione di concimi o di colle. Tali pelli vengono comunque spesso gettate via.
Le tecniche di allevamento intensivo adottate in Europa sono infatti solitamente incompatibili con la produzione di pelli di qualità.
Infatti la pelle rappresenta solo una minima percentuale del valore di un animale. Quindi sempre più frequentemente i conigli vengono macellati ad un età o in un periodo dell'anno in cui il loro manto non è ancora del tutto sviluppato. Questo accade di solito a 10 o 12 settimane, quando ancora hanno un manto infantile o sta cominciando a crescere quello semi-adulto. Questi manti leggeri e instabili non sono adatti per il settore della pellicceria.

La stagione in cui il manto è stabile e omogeneo infatti è l'inverno.
Questo è vero per qualunque animale al di sopra dei sei mesi di età.
Il resto dell'anno ci sono sempre aree del pelo vacanti e comunque una instabilità che lo rende inutilizzabile per l'uso dei pellicciai.
Alcuni manti estivi possono essere omogenei, ma il coniglio deve avere almeno cinque mesi di età. Il manto estivo è comunque più sottile di quello invernale.
Questo ciclo di crescita del pelo rende la produzione simultanea di pelliccia e carne un problema, e così la pelliccia diventa un semplice sottoprodotto di scarsa qualità, specialmente in produzione intensiva. In Francia per esempio meno della metà delle pelli raccolte nei mattatoi possono essere considerate utili per l'industria della pelliccia.
Le uniche pelli di qualità provengono da adulti, ma la tendenza nella produzione moderna è di uccidere i piccoli, il che va a ridurre la proporzione di pelli adulte.

Non ci sono possibilità di fornire pellicce di qualità con le attuali condizioni di allevamento industriale per la carne. Per questo è crescente la presenza di allevamenti di conigli con la finalità di produrre pelli, che seguano il ciclo di crescita del pelo e le stagioni, e per i quali è la carne ad essere un sottoprodotto di bassa qualità.

ANGORA
Se si parla di conigli non si può non far riferimento al coniglio d'Angora. Questa razza ha il pelame di una lunghezza che varia dai 10 ai 40 cm. Il procedimento per "prelevare questa pelliccia" è cambiato con il passare degli anni: all'inizio vi era lo spellamento, poi la tosatura ed infine la depilazione con la quale ogni singolo coniglio può produrre 1 kg e 300 gr di pelo annualmente per poi venire utilizzato nella creazione di maglioni, calze, abiti, etc.
L'allevamento di conigli d'Angora è molto differente da quello per altre finalità, ed è stato nel tempo sviluppato in Francia, dove per molto è stata l'unica produzione derivante dai conigli. Adesso anche in altre nazioni, prima di tutte la Cina, si sta diffondendo questa specializzazione, e soprattutto offrono l'Angora a prezzi molto più bassi, avendo quasi fatto crollare il mercato francese.
Per il pelo vengono utilizzate le femmine, e viene ridotta al minimo la riproduzione che diminuisce la produttività. Negli allevamenti solo il 3% circa degli animali sono riproduttori. In Francia i maschi non destinati alla riproduzione vengono uccisi alla nascita, per non affrontare le spese della loro crescita.

NUOVE MOSSE NEL MERCATO DELLA PELLICCERIA
Il settore della pellicceria, dopo la grave crisi degli anni '90, in cui è calata fortemente la richiesta di capi interi, ha cominciato a riprendersi con il passaggio della moda verso la diffusione di inserti come polsini, colletti o decorazioni. Adesso è questo il settore di maggior diffusione delle pelli nella maggior parte dei paesi dove il movimento di liberazione animale è riuscito a creare almeno una critica verso quelle orde di cadaveri ambulanti che sono le pellicce.
Nascondere la presenza delle pelli o ridurne la visibilità, renderle accettabili, colorarle per presentarle come moda giovane: queste sono state le mosse che hanno reso possibile una ripresa del settore.
In tutto questo l'utilizzo di pelli di coniglio ha avuto una decisa crescita, soprattutto per il prezzo abbordabile, che ha permesso anche di colorarlo e inserirlo in capi economici e diffusi in qualunque tipo di negozio di moda o di grande magazzino. Colorare una pelle di visone o di cincillà può essere infatti rischioso e costoso nel caso di errore.

Viaggio fra i Mercanti di Pellicce Cinesi

"Le nostre pellicce sono richiestissime in Inghilterra.
Non riusciamo ad uccidere abbastanza...siamo molto contenti!"

Seduti nel ristorante più alla moda, nella città dov’è cresciuto seguendo il padre allevatore, l’uomo conosciuto come Re dei conigli di Jiangsu, solleva un bicchiere di vino di riso proponendo un brindisi per tutti gli amanti delle pellicce che l’hanno aiutato a guadagnare quella fortuna. “Ai miei amici in Inghilterra” esclama sorridendo.

L’anno scorso sono stati uccisi un milione di conigli nell’allevamento Tan Jiyou's a Guanhu Town nella provincia di Jiangsu in Cina orientale; il più grande allevamento del paese, nel suo genere. Quest’anno prevede di assassinare circa due milioni di animali, mentre i suoi dipendenti faticano a tenere la mattanza al passo con la domanda dell’industria della moda. Nelle due ore di pausa pranzo che si concede il signor Tan, altri 600 conigli sono stati macellati e spellati nel suo allevamento a circa due chilometri di distanza; abbastanza pellicce per produrre inserti e bordature di 50 giacche da donna.
“Le nostre pellicce vanno dappertutto, ma in particolare c’è una grossa domanda in Inghilterra e Russia”, dice il signor Tan mentre s’abbuffa su una zuppa di coniglio al vapore, non certo una rarità a Guanthu grazie alla sua attività. “Non riusciamo a soddisfare la domanda. Siamo molto contenti di questo”.
Se compri una giacca con inserti di pelliccia in Gran Bretagna, dove la domanda di pellicce è triplicata negli ultimi tre anni, c’è buona probabilità che arrivi dall’allevamento di Tan. Non ci sono allevamenti in Gran Bretagna, grazie alle leggi in vigore dal 2003, ma non ci sono restrizioni all’importazione, a meno che si tratti di specie in pericolo. Le pellicce passano tranquillamente attraverso la dogana. Questo vale anche per le pellicce di cane e gatto.
Tre quarti degli abiti con inserti in pelliccia venduti in Europa hanno pelliccia che viene dalla Cina e il piccolo ma energico signor Tan ha un ruolo di primo piano in questo mercato.
L a vera origine della pelliccia tuttavia viene sempre nascosta. Per esempio una rifinitura di pelliccia fatta in Italia, verrà contraddistinta dall’etichetta ‘Made in Italy’, anche se la materia prima arriva da 5.000 miglia di distanza, dagli allevamenti cinesi privi di qualsiasi regolamentazione.

I conigli dell’allevamento Tan vengono al mondo a centinaia di migliaia per vivere infelici prima di essere macellati per soddisfare i mercanti di pellicce occidentali e quelli di carne cinesi e giapponesi. Vivono ammassati nelle gabbie senza luce, senza neppure lo spazio per girarsi su se stessi, in sei file sovrapposte, dentro capanni di cemento con il tetto metallico. A tre sei mesi d’età vengono appesi per le gambe su un nastro che li trasporta dove le lavoratrici li afferrano per le orecchie e con un colpo deciso di grosse cesoie gli tagliano la testa. I conigli scalciano e si dimenano per alcuni secondi dopo la decapitazione e vengono spellati al passaggio successivo, poco più in basso, dove li aspetta un secondo lavoratore.

Vicino al mattatoio il signor Tan si è fatto dipingere un gigantesco murale di conigli che giocano liberi nei campi in un ambientazione idilliaca con una pagoda su un lago.
La fiorente economia mondiale cinese, ha fatto enormi guadagni sull’esplosione della domanda di inserti di pellicce di coniglio e di stivali come quelli indossati dalla fidanzata di Wayne Rooney, Coleen McLoughlin – e imprenditori determinati come Tan stanno facendo enormi guadagni.

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Sette anni dopo aver smesso di lavorare in un’azienda statale, approfittando delle agevolazioni del governo cinese comunista, per rilanciare l’industria della pelliccia rurale, il Re dei Conigli è ben più ricco di quanto si era mai sognato.
In una citta con 50.000 abitanti dove la maggior parte delle persone si muove ancora in bicicletta e dove un contadino guadagna 250 sterline inglesi all’anno, Mr Tan guida una nuova Audi A6, con mega impianto stereo da cui esce musica pop giapponese, indossa abiti firmati e l’anno prossimo manderà suo figlio al college in Gran Bretagna.
Mr Tan – dentro le sue luccicanti scarpe di cuoio nero con l’emblema del coniglio di Playboy – insiste sul fatto di aver distribuito generosamente le sue fortune. Il 60 per cento dei conigli uccisi nella sua azienda sono allevati per sostenere economicamente povere famiglie locali, come quella in cui è cresciuto lui.

Ogni giorno, dozzine di motocarrozze e camion carichi di casse con i coniglietti ammassati arrivano alla fattoria di mr Tan: gli animali frastornati emettono gridi di dolore e lottano scalciando per un po’ d’aria. I lavoratori di mr Tan stanno ritti con le loro bilance ad arraffare qualche centesimo per ogni animale. 'E’ molto più conveniente per loro', chè guadagnano di più con i conigli che dal lavoro dei campi”, dice mr Tan.
Indicando l’affollata strada principale, riempita dai rumori delle moto e delle macchine giapponesi, il quarantatreenne signor Tan dice: 'Dieci anni fa non c’era nulla qui. Era un povero villaggio di contadini e biciclette. Oggi siamo una città ricca'.
La moglie di un allevatore che ha appena portato a Guanhu una cassa piena di conigli da vendere dice: 'Dieci anni fa si uccidevano i conigli solo per la carne e gli unici che si vedevano erano quelli selvatici nei campi'.
“Oggi sono tutti in gabbia e gli allevatori li vendono per la loro pelliccia. Tutti lo fanno. La Cina ha la più alta concentrazione antropica del mondo, presto avrà anche la più alta popolazione di conigli”.

E’ un modello che si è ripetuto dalla Cina orientale a quella settentrionale, dove migliaia di allevamenti da pelliccia sono comparsi nell’ultimo decennio, grazie a un’iniziativa attentamente orchestrata dal governo, per sfruttare il rilancio delle pellicce in Occidente.
Il Partito Comunista, che vede nel fermento delle campagne la più grande minaccia ai suoi 56 anni di soffocante strapotere, brama d’arricchire quelle zone povere gettandosi sul lucroso mercato della pelliccia, dominato un tempo dal Nord Europa e dalla Russia.
Nello stesso modo in cui si imposta sul mercato degli inserti, la Cina sta strangolando il mercato della pelliccia, sconfiggendo i suoi concorrenti con una invincibile combinazione di manodopera a basso costo, generosi aiuti governativi e assenza di regole.

Fingendomi mercante di pellicce, ho visitato allevamenti, aziende e mercati, per scoprire lo sviluppo di un commercio assai efficiente, che coinvolge milioni di allevatori dall’est al nord della Cina. Sono scene deprimenti che ne' gli acquirenti delle case di moda, ne' le aziende produttrici di inserti in pelliccia per il mercato inglese vedranno mai.
Le pellicce cinesi vengono comprate di solito attraverso agenti commerciali con sede a Hong Kong, migliaia di chilometri lontano da dove gli animali sono stati macellati.
I conigli sono solo una piccola parte di quella rivoluzione delle pellicce che sta soffiando in Cina. L’allevamento di volpi, visoni, procioni e gatti selvatici sta offrendo una nuova via d’uscita dalla povertà ai contadini, in una nazione di 1,3 miliardi di abitanti.
Nelle fattorie sparse per la triste zona industriale di Linyi nella provincia di Shandong, i contadini dividono il loro tempo fra tirare l’aratro a mano, preparare i campi e allevare visoni, volpi e procioni per la pelliccia.
Un contadino mi mostra fiero come negli ultimi due anni è riuscito a trasformare un appezzamento di nessun valore intorno alla sua fattoria, in una città di gabbie dove ha rinchiuso volpi e procioni. Le volpi madri sono prigioniere in gabbie putriscenti con i piccoli della cucciolata, nutriti due volte al giorno con una sbobba grigia. Li vicino, procioni e volpi argentate mostrano segni di grave stress, sbattendo la testa ripetutamente contro le sbarre delle gabbie in cui sono nate e in cui vivranno fino all’età di circa quattro mesi, quando verranno uccise per la loro pelliccia. Dentro a una gabbia all’angolo dell’appezzamento, una giovane madre volpe sta in atteggiamento protettivo davanti al corpo senza vita di un cucciolo di un mese, le zampe coperte di mosche penzolano dalla gabbia.
La pelliccia degli animali di questo allevamento viene portata alla Cuiwang Fur Company, alla periferia di Linyi. Qui ogni giorno vengono lavorate fino a mille pellicce, prima di essere portate al mercato di Chongfu, a un giorno di viaggio, vicino a Shanghai.
Il signor Ma Hongtu, direttore dell’impianto di processamento dove le pellicce sono trattate chimicamente, dice: ”Non vediamo mai i clienti. Le pellicce arrivano ai mercati dove i commercianti le comprano all’ingrosso, poi non sappiamo dove finiscono, a parte che molte vanno in Europa e Giappone”.
“Non abbiamo mai visto occidentali da queste parti, tu sei stato il primo ad arrivare. Qualche volta arriva qualche rappresentante. L’anno scorso è arrivato un cliente, per conto di qualcuno in Inghilterra e ha comprato 10.000 pellicce di coniglio in una volta.
Il cuore pulsante del nuovo mercato delle pellicce cinese è Chongfu, una città mercato con 100.000 abitanti a 100 miglia da Shanghai – dove un mercato all’ingrosso di pellicce è stato inaugurato quattro anni fa. Oggi che è il più grosso mercato di pellicce cinese, con un giro d’affari solo l’anno scorso da 130 milioni di sterline, Chongfu ha vissuto il suo boom economico assieme a centinaia di fabbriche di guarnimenti, specializzate in inserti in pelliccia sorte li vicino; oggi si fa chiamare Mondo della Pelliccia Cinese.

Più di 500 commercianti, alcuni viaggiano più di 1250 miglia per vendere le loro pellicce, espongono migliaia e migliaia di pellicce di animali allevati in cattività. Nelle strade che conducono al mercato, motocarrozze e camion s’incrociano avanti e indietro fra centinaia di pellicce di volpe, procione e coniglio stese ad essicare al sole.
Nonostante i quaranta e passa gradi dell’estate, insegne giganti con immagini di bionde donne occidentali avvolte nella pelliccia davanti ad un finto sfondo alpino, indicano il mercato lungo la strada polverosa.
Reggendo la pelliccia di una volpe grigia, del tipo usato da Jennifer Lopez nella sua contestata collezione, il grossista Wu Zhenyu (55), proveniente da Liaoning nella gelida Cina settentrionale, dice: “Aspettiamo il momento più freddo dell’inverno per uccidere le volpi, quando la pelliccia è più spessa. Quando li uccidi, la cosa più importante è non rovinare la pelliccia. Alcuni allevatori usano l’elettrocuzione, ma molti altri bastonano fino alla morte le volpi con un pezzo di bambù”. Gli chiediamo se ritiene crudele uccidere le volpi a bastonate, ride, alza le spalle e aggiunge ‘La gente si ammazza tutti i giorni. Questo non è crudele?’.

I prezzi qui contrastano enormemente con quelli sui cartellini di giacche e pellicce nelle boutiques occidentali. Per 500 yuan (circa 34 sterline/47euro) puoi comprare una pelliccia intera di volpe. La pelliccia di un felide maculato vale 260 yuan (17 sterline) mentre la pelliccia di un coniglio costa 18 yuan (1,20 sterlina).

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Comprare pelliccia di coniglio ha effetti ancor più inquietanti, visto che la maggior parte delle pellicce in commercio arriva da luoghi inaccessibili della Cina. Li si annida una spregiudicata e orribilmente crudele industria di pellicce di cani e gatti, che prima di essere esportati in occidente vengono falsamente etichettati come ‘conigli’, dice Andrew Baker.
Senza i costosi test del DNA, è praticamente impossibile sapere esattamente quale animale si indossa se si sceglie di comprare una pelliccia. Se tieni veramente agli animali e vuoi essere sicuro di non prendere una pelliccia che viene dagli allevamenti cinesi, l’unica cosa da fare è di comprare qualcosa senza inserti di pelliccia.

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Intanto, il Re dei Conigli di Jiangsu non si cura affatto di queste considerazioni. Si preoccupa di ottimizzare la produzione e di come uccidere e spellare abbastanza conigli per soddisfare la domanda di un mercato sempre più competitivo.
‘Tutti vogliono i miei conigli’, dice sospirando mentre pensa a come organizzare la logistica per raddoppiare la produzione . ‘E’ così difficile stare al passo.’

UK Special report: evil pet fur trade

Situated conveniently close to the Channel ports, the elegant Belgian furrier's shop is a magnet for well-heeled British tourists, who are drawn inside by an elegant window display of luxurious coats and stoles.

At a time when fur is making a comeback in haute couture circles - with stars such as Madonna defiantly flaunting animal-skin fashion accessories - business has rarely been better at the old-established boutique run by Piet vander Eycken.

The bespectacled Belgian's wealthy clientele might be less willing to bolster his takings, however, if they knew the full range of items in his sales catalogue.

For, hidden away in a stockroom, behind the racks of mink and sable, are the pelts of dozens of slaughtered domestic cats.

They are readily available in every shade, from ginger tabby, tortoiseshell and marmalade to deep chocolate brown.

Presumably, however, Mr vander Eycken (whose name has been changed for legal reasons) keeps these furs out of view for fear of causing offence.

Yet when anyone asks specifically for 'cat', he is happy, indeed proud, to parade his wares, as I discovered when I met up with a team from the Humane Society of the United States in a joint investigation into the burgeoning cat and dog fur trade.

"I can show you many colours,' he said, thumbing through piles of unmistakably sleek feline pelts, after we asked him to make us a cat blanket - or rheumadecker - which are believed by some on the Continent to be beneficial for arthritis and rheumatism.

"I think these particular ones have been farmed (in Belgium). But I have others that are not from farms. There are places where they catch them. For dogs, it is the same. They are caught and brought to a specialist institute and if no one picks them up they get shot."

'Cat hunters' at work in London

Not long ago, he said nonchalantly, the bulk of his cats were brought by ferry from England.

Ruthless 'cat-hunters' in London would go around in vans, rounding up pets, and bring them to him for sale (as he spoke I recalled how a cat of my own had once vanished without trace). Today, they are more likely to be caught in Ghent or Brussels.

Before our investigation began, the Humane Society had uncovered evidence that some two million cats and dogs were being killed each year, often by the most barbaric methods. But until now, they were believed to originate exclusively from China and the Far East.

But as Mr vander Eycken chatted to his customers, he unwittingly provided an insight into a more shocking - and hitherto unknown - aspect of the trade: that of clandestine cat-fur farmers and cat thieves operating in the heart of Europe.

Our video footage, shot recently during a week-long incognito visit to the furriers of Belgium, was passed to Scottish Euro MP Struan Stevenson and forms the centrepiece of his campaign to have the cat and dog fur trade banned in Europe, as it has been in the U.S.

Mr Stevenson explained: "We had to confront the assertion that there was no cat or dog farming in the EU or the 10 countries that are about to join, and your film did just that.

"We've had the rugs you bought tested microscopically to confirm they are cat. And apparently these cats are being farmed, or collected, on the streets of Belgium, right under the noses of the EU commissioners who sit in their ivory towers and say it is just not happening."

Brussels bureaucrats were refusing to initiate a ban, he added, because the World Trade Organisation says it is unlawful to prevent trade on animal welfare grounds. But the sale of cat fur ought to be outlawed under consumer fraud leglislation, because products were almost always fitted with misleading labels.

This had been proved when an investigator visited China, where he posed as a potential importer. When he told a Chinese government official who accompanied him that items labelled 'cat' might cause offence in the West, the mandarin smiled.

"This is China," he replied, "we don't worry about things like that. We'll use whatever label you want.' He then trotted out a list of wellused bogus names such as ' Mongolian dog' and 'China wolf'.

In the cynical, heartless and ruthlessly exploitative secret world of the cat and dog fur traders, such tactics are wearily routine, as the Daily Mail/Humane Society investigation discovered.

Cat farms operating across the Channel

Although at least one cat farm appears to be operating just across the Channel, the vast majority of pelts are collected in the Far East, where there are scores of smallholdings keeping anything from a handful of cats or dogs to several hundred.

Because they are good-natured, easily-bred and need comparatively little food and husbandry, cats are particularly popular.

They are crammed into small bamboo cages and kept until their pelts are luxuriant and full-sized.

They are then executed in a horrific manner: lassooed with a noose slipped through the cage bars and around their necks, then hoisted, meowing and wriggling, until they fall silent. In this way, the pelts - the only thing that concerns their keepers - are not damaged.

In one farm, a two-hour flight from Beijing, investigators filmed more than a dozen cats being garrotted in this way until finally only one was left. Frozen with terror after witnessing the death of his companions, he bobbed and weaved his head in a frantic - but vain - effort to avoid the noose.

At another farm, in the Philippines, two caged cats were shown hugging one another in the apparent knowledge that they were about to die.

"They had seen 20 other cats pulled up and hanged," says Rick Swain, the Humane Society's chief investigator, who recently exposed the scandal of lamb foetus coats (like the one worn by Madonna) and has led the global pet fur inquiry.

"It's hard to believe that they didn't know what was happening, given the way they behaved.

"They were full-grown cats and they actually had their paws around one another. They were staring at the hidden camera absolutely petrified.

"These weren't farmed cats, they were strays picked up by rustlers. One had a heart-shaped collar so we know it was a family pet."

Farmed dogs are killed with similarly efficient brutality. Usually they are strung up by the legs, then an artery in the thigh is cut so that they bleed to death. Again, this avoids damage to their coats.

The profits are vast. Impoverished and ignorant farmers will sell their pelts to the tanneries for perhaps £1 or £1.50 each. By the time they are sold in Europe they can fetch 20 or 30 times that amount.

In one fashionable fur shop, in a small Flemish market town near Antwerp, we were offered a Chinese green-tabby cat coat for almost £2,000.

We were offered a 12-skin blanket for £220 although some high quality ones made with up to 80 skins

Source: MailOnSunday

Is your fake fur really cat fur?

It sounds too grotesque for words. But pelts from slaughtered cats and dogs are being passed off as 'ethical' fur. Last week, the US fashion industry cracked down on dubious ladelling, not good news for British shoppers as fashion insiders predict a flood of rejects from the US

The short video would have made even the most hardened fur-lover recoil. A grey longhaired German shepherd puppy is hauled from its cage by the neck before being strung up by a wire noose, which slowly strangles it to within an inch of its life. It is then skinned alive whilst blinking helplessly and moaning in agony. A PR disaster for the fur trade, this video is part of a huge campaign by the Humane Society of the United States. It culminated last week in the international animal rights charity exposing shocking new evidence that coats purchased from the top-end US designer store, Nordstrom, which stocks designer labels including Calvin Klein and Tommy Hilfiger, were found to be trimmed with fur from domestic dogs, even though the fur was advertised as fake. There was public outrage and the fashion industry in New York is still feeling the shockwaves. Panic set in as top names Calvin Klein, DKNY and Rocawear, and celebrities including Beyonce and P-Diddy whose fashion lines were stocked instore, rushed out statements expressing disgust. Described in shock news headlines as the “biggest industry-wide deception”  in recent years, it began after a tip-off from a customer who bought a surprisingly soft coat marked “faux fur”.

DNA tests revealed it to be domestic dog originating in China, which supplies well over half of the fur to the global market and is renowned for its inhumane killing methods. Other coats were found to be the skins of similarly banned members of the canine family, such as Racoon dog and wolf. There have been whispers for some time about the increase in dog and cat fur entering the global fur chain. But last week’s news finally blew the lid off the scandal. And those naïve enough to believe that this is an isolated incident are in for a wake up call.

In America importing cat and dog furs into the country has been outlawed since 2000. But in the UK ? a nation famed for its animal lovers ? there is no law banning the import of cat and dog fur at all, making it even more likely that a similar scandal could emerge. The Britsh Fur Association has signed up to a voluntary EU labelling scheme in a bid to reassure shoppers that its pelts are not tainted by cat and dog fur, and this autumn it plans to launch the Origin Assured (AO) label which will confirm that a product comes from a country where national or local regulations or standards governing fur production are in force'.

But unlike Australia, New Zealand and 5 other EU countries, the UK government has so far refused calls to sign up to a blanket ban on such imports. "Because fur is often dyed and treated, it is almost impossible to establish with 100 per cent certainty the true origin of the fur in our stores and markets," says Mark Glover, UK Director of Humane Society International.  "With DNA testing proving expensive and time consuming, and garments needing to be sent abroad for analysis, it is also impossible to check every garment that enters the market. "It is now widely established that much of the exceptionally real feeling faux fur on sale in street market stalls across the country, like that in the US, is actually real.?Last week's US clampdown is also expected to have a huge knock on effect globally - with imports of dog and cat fur now flooding the European market where legislation is more lax and demand for fur is equally high. But with most high street retailers and several top designer brands moving production to China in a bid to keep costs down, how long will it be before a major UK fashion chain is caught out? And when a cat pelt, can be bought in china for less than two dollars (compared with $6 for a dog) it is not suprising that many retailers turn a blind eye to its origins.

Cat fur is soft and luxurious enabling it to be passed off as any number of more expensive furs. While German Shepherd is the most popular breed of dog because its long fur so closely resembles that of wild animals such as coyote or racoon. Labrador and Alsatian pelts have also been found. Recent figures reveal that China slaughters over two million cat and dogs every year to satisfy Western demand - supplying 50% of the fur in America. "How much of this is cat and dog pelt is impossible to tell but official figures reveal that 5,400 cats and dogs are slaughtered across China every day with the majority shipped to the West- someone has to be buying them," adds Glover. While campaigners are pushing for EU-wide measures to ban the sale of cat and dog in all 25 member nations, the RSPCA says there is a strong likelihood that cat and dog fur is being worn by unsuspecting customers in a variety of fur trims. One major high street chain was even also forced to withdraw all fur from its collections after jackets trimmed with "coyote" were found to be dog fur.  Wander through Covent Garden's jubilee market or celebrity favourite Portobello Road any afternoon and you are confronted by a vast array of fur lined gloves, coats, hats and accessories priced at rock bottom prices, such as £10 for a pair of leather fur lined gloves.

Some are labelled "genuine fur", others simply "made in china"  but because most of these garmets fall outside the usual mink or fox labels, they are imported under the "Other fur" category, which means retailers are not legally obliged to state which animal they come from.

"The demand for fur this winter has been so high that I've struggled to keep up," said one retailer in Covent Garden's Jubilee Market this week. Asked if he knew the origin of the fur on a pair of black leather gloves he was selling he shrugged his shoulders. Such demand inevitably means buyers are less discerning about its source. Posing as potential buyers, animal charity Care for the Wild International (CWI) went undercover in London and Hong Kong to reveal the extent to which Chinese fur is flooding the UK market. They were offered a range of skins including leopard and domestic cats skins. While many originate from Spain, the vast majority are Chinese. The vast majority of "rabbit" pom pom scarves  popular for the past two winters, and a snip at £5 is available in markets up and down the UK - were exposed as cat fur.

The Humane Society International first revealed Europe's role in the dog and cat fur back in 1998. As part of the original inquiry, investigators followed pelts across the world to France and Germany, where the fur was being made into coats, clothing trim, glove linings, and children's toys. The fur was also found in Spain, Austria, Belgium, Denmark, Italy, and the Netherlands. Sickening evidence collected included a blanket made out of 4 golden retrievers bought in Copenhagen, individual cat skins complete with eye holes, paws and tales in Barcelona and a full length coat made out of up to 42 Alsatian puppies bought in Berlin. And in spite of anti-fur campaigners, the demand for fur in general on our high streets this winter was higher than ever before. Sales in the UK topped 50 million for the first time ' up 30 per cent on two years ago. But because of dubious labelling, there is no official data on the trade. "It is the importer of the fur garment who chooses how the product is to be labelled," says Glover. "We have recordings of Chinese factory owners admitting to us during undercover investigations that they are happy to attach any label to garments to make them more marketable." The fur industry's new labelling initiatives have been seen by many as a step in the right direction. Regulations include guidelines that protect the environment and ensure sustainable wildlife programs and humane farming practices.  "The labelling programme is part of a commitment to openness and transparency," says Andrea Martin of the British Fur Association.  "As an industry, we deplore and work against the mistreatment of all animals."  But it is the people who operate outside the official fur industry who are the worry, as investigations by PETA reveal.

Footage shows dogs and cats in cramped factories or being rounded up on the street where they are sold for their skin. Many still have their collars on at the time of slaughter,  a sign they were domesticated pets.  Dogs can be seen cowering in dark cold unsanitary rooms surrounded by the bodies of dead skinned dogs suspended from hooks.  Cats are strangled with nooses one by one in wooden cages. This summer the EU will decide whether to impose a blanket ban on the imports of all cat and dog pelts, which at least is a step in the right direction. But the Internet is set to be the next hurdle. The rise in web shopping means that hundreds of China-based companies can carry on passing off cat and dog fur under various guises to customers and fashion retailers online - no questions asked.  So, next time you're tempted by a 'faux fur' trimmed parka, or a suprisingly cheap pair of fur-lined gloves, you might want to think twice about whether the mittens are kitten and the hood is hound. Chances are it is.

Source: MailOnSunday

Scandal as stores pass off real fur as fake

High street stores are passing off real fur as "fake", according to a shocking new investigation.

Two major chains have been caught selling clothes made from animal skins which was unlabelled or described on the label as "acrylic".

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TK Maxx is one of two major chains which have been caught selling clothes made from animal skins which was unlabelled or described on the label as acrylic.

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High street stores are passing off real fur as fake

A mystery shopper acting for the charity bought a coat with a real fur collar trim from a branch of TK Maxx in Horsham, West Sussex, a cut-price fashion store which has a no-fur policy. Although the label stated the coat was made of polyester and nylon and made no mention of fur, laboratory tests revealed the trim was arctic fox. The charity also bought a pair of black leather gloves with a fur trim from an Edinburgh Woolen Mill store in the same town. The label claimed the cuff was made of acrylic. Lab tests showed it was rabbit. Following the RSPCA investigation, TK Maxx said it was "committed to enforcing rigorous processes to ensure real fur product does not enter our business." "TK Maxx is proud to have implemented a long-standing policy with regard to not buying real fur product," the company said.  "It was therefore with great surprise and regret we learned a coat with real fur trim was found in one of our stores."  The Edinburgh Woollen Mill pledged to stop selling fur by the spring. "This is rabbit trim where we have written assurances from our supplier that it originates from the food trade," said a spokesman. According to the RSPCA, the fur industry kills 55 million animals a year. It is calling for shoppers to check any fur-like products and not buy them unless they are sure they are fake. It also wants retailers to stop selling real fur, and carry out tougher checks on the clothes they sell. Mr Bowles added: "Many shoppers are quite rightly sickened by the thought of wearing the fur of an animal which has suffered just to produce a 'fashionable' piece of clothing. "It is not possible to farm humanely an animal for its fur and excellent artificial fur is available. The way in which animals such as Arctic fox are farmed is horrific.  "We are calling on shoppers not to be fooled by fur. Our message is: 'If you're not sure it's 100 per cent fake, don't buy it'. "Shoppers should check to see whether the fur looks real - even if the label claims the fur to be fake or no mention of fur is made on the label." Around 85 per cent of fur comes from farms. Mink and fox are the most commonly bred animals although chinchilla, raccoon dog, polecat, ferret and coypu are also farmed and skinned for the fashion industry. The charity says the animals are often confined to tiny, barren cages or sheds containing thousands of animals. They are usually electrocuted, gassed, injected or have their necks snapped in order to keep the pelts in pristine condition.  The RSPCA says some remain conscious when the fur is removed. It is difficult to spot real fur from fake - particularly when it is dyed bright colours. However, if  skin or leather can be seen between the hairs at the base when they are pulled apart, the fur is real.  If a weave, or material, can be seen at the base, then it is fake.  The Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, which carried out the study, described the practice as appalling and urged ethical shoppers to double-check any clothes with fur trims. David Bowles, a spokesman for the RSPCA, said: "We believe that real fur is mistakenly being widely sold in the UK. "An RSPCA survey showed that 93 per cent of people would not wear real fur, but a lot of shoppers are accidentally buying real fur assuming that it's fake because it is cheap and not clearly labelled."

Source: MailOnLine 2007

No Pelliccie – No Furs !!!!!!

Questi video sono  molto forti ma purtroppo è tutto quello che c’è sotto il commercio di pelliccie….

Pelliccia Moda Assassina

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Dietro ad un capo in pelliccia o un semplice inserto si nasconde la sofferenza degli animali.
Siano essi cresciuti nelle piccole gabbie di un allevamento o catturati con le tagliole, gli animali sono quelli che ci rimettono la pelle per la vanità e il profitto di alcuni esseri umani.
Le stime mondiali date da “Fur Trade Today” per il 2006 sono di 44,6 milioni di visoni, 7 milioni di volpi, 350 milioni di conigli, 3 milioni di procioni, 350 mila foche, tutti uccisi nel corso dell’anno per la produzione di pelli.

Le campagne di sensibilizzazione su questo argomento avevano portato ad un tracollo del settore, che è riuscito a rimettersi purtroppo in marcia con le nuove mode ingannevoli degli inserti.
In questo è stato determinante il contributo di stilisti e riviste, che negli ultimi anni hanno pompato fortemente questa moda.

Gran parte degli inserti di pelliccia sono lavorati, colorati, sbiancati, trattati a tal punto che molti consumatori non si accorgono nemmeno di comprare giacche con inserti di vero pelo.

Inserti che si vogliono vendere sempre più ad un pubblico giovane e che si trovano ormai ovunque, dai grandi magazzini ai negozi di moda, arrivando perfino in alcuni capi al mercato.
Di fronte a questa diffusione di prodotti di pellicceria è fondamentale fare una capillare informazione e convincere sempre più catene di negozi a non tenerli sui propri scaffali.

Questa è la linea d’azione intrapresa oramai da tempo dal movimento animalista internazionale ed è anche la nostra, che perseguiamo con campagne pubbliche di boicottaggio e protesta.

Dove nasce una pelliccia?
Se nei negozi e nelle boutique dovessero mostrare come viene prodotta una pelliccia questo mercato crollerebbe immediatamente.
Nessuno vuole vedere quanta sofferenza e quanta disperazione si nascondono dietro a quello che acquista.
Il nostro compito è cercare di squarciare il velo di segretezza che allevatori e pellicciai hanno costruito intorno a sé.

ALLEVAMENTI

Gli animali vengono allevati in gabbie di filo di ferro della misura appena sufficiente per non rovinarsi il manto rigirandosi; spesso, nonostante siano animali solitari, vengono posti assieme (anche tre o più per gabbia) con il rischio di conseguenti aggressioni.
La vita di un animale in gabbia è dettata dalla noia e dallo stress, che portano a comportamenti stereotipati e continui, automutilazioni e cannibalismo.
Gli animali sono esposti a gelidi venti, così da stimolare la produzione di pelo folto e redditizio.
Il cibo viene distribuito a polpette sopra la gabbia per risparmiare tempo; quindi gli animali lo leccano attraverso le sbarre della rete, ma quando la temperatura è di molti gradi sotto lo zero, la lingua degli animali si attacca al metallo per congelamento; nei casi più gravi dei pezzi rimangono attaccati alle sbarre.
Nel cibo vengono miscelati medicinali e psicofarmaci per inibire l'aggressività e farli resistere allo stress.

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I visoni sono amanti dell'acqua, ma negli allevamenti la vedono solo attraverso una valvola a pressione che devono imparare a spingere col naso; quando in inverno si rischia il congelamento l'acqua viene miscelata al cibo, con una certa quantità di anticongelante.
Quando giunge il periodo delle nascite si compie uno dei maggiori drammi del mondo degli allevamenti: gli animali sono stressati dai cicli riproduttivi forzati; spesso parte dei piccoli viene uccisa dalla stessa madre; gli altri muoiono per le condizioni disagevoli o per malattie.
Gli incroci selettivi, attuati per soddisfare le esigenze del mercato, hanno portato ad una serie di menomazioni come sordità e nevrosi, che però sono considerate di scarsa importanza perché non incidono sul valore della pelle.

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TRAPPOLE

Sono tanti anche gli animali uccisi in libertà per farne delle pellicce. Si stima che siano10-20 milioni i mammiferi catturati nei boschi con le tagliole in tutto il mondo.
Gli animali vittime di queste trappole rimangono anche per una settimana ad aspettare il cacciatore, che verrà ad ucciderli se non sono già morti per dissanguamento.
Nel frattempo la ferita si gonfia provocando dolori indescrivibili.
Spesso le vittime delle tagliole sono animali non utilizzabili per le pellicce, uccisi e gettati via, quindi è una caccia spietata che non risparmia nessun mammifero abitante del bosco.
Sono diffusi i casi in cui l’allevatore trova solo una zampa nella tagliola, poiché gli animali nel disperato tentativo di liberarsi ricorrono all’automutilazione…

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METODI DI UCCISIONE

I metodi di uccisione sono pensati specificamente per non rovinare il pelo: camere a gas, scosse elettriche, rottura delle ossa cervicali.
Gli animali vengono a volte storditi con ripetuti colpi alla testa, inferti con un bastone o una barra metallica, oppure prendendo gli animali dalle zampe posteriori e sbattendoli a terra con violenza.
Essi lottano, hanno convulsioni, infine giacciono tremanti a terra: molti rimangono vivi.
I visoni sono uccisi col biossido di carbonio, in genere immesso
nelle camere a gas da tubo di scappamento di un trattore: gli animali corrono in tondo cercando disperatamente di tenere la loro testa sopra il livello del gas.

Per le volpi la tecnica usata è l’elettrocuzione: tramite due elettrodi metallici viene inflitta all’animale una scossa elettrica di circa 200 volt, che provoca la morte tra atroci sofferenze.

La pelliccia di agnello karakul è largamente impiegata dall’industria della pellicceria.
Questo particolare tipo di pelliccia, tanto decantato in quanto articolo di lusso, deriva dall’uccisione di agnelli che hanno solo alcune ore di vita o persino non ancora nati, strappati letteralmente al grembo della madre tramite un aborto forzato.
L’uccisione di feti o di agnelli neonati trova la sua motivazione nella lucidità e nella particolare arricciatura del pelo.

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SCUOIAMENTO

Gli animali sono scuoiati subito dopo l’uccisione: con un coltello si provoca una lacerazione tra le gambe posteriori e da lì si strappa via lo strato di pelle come se si sfilasse un calzino.
La carcassa viene gettata via e solitamente i cadaveri ammucchiati in fosse comuni e/o bruciati.
Il prezioso manto sarà trattato con estrema cura e lavorato con agenti chimici altamente tossici che finiranno a contaminare le nostre acque e il nostro ambiente (infatti le concerie hanno livelli di inquinamento molto elevati).

Ci sono casi in cui l’animale subisce lo scuoiamento da vivo a causa della brutalità e frenesia dell’allevatore: nel caso delle foche in Canada o nei mercati in Cina (in cui non ci sono controlli e ciò è più diffuso).
Da questo trattamento non sfuggono nemmeno animali domestici quali cani e gatti.
Immagini di un procione scuoiato vivo, diffuse da associazioni animaliste, mostrano come dopo essere stato scuoiato l’animale rimane ancora a cuore battente e occhi aperti per 10-15 minuti.
Inutile affermare che la morte è accolta come una liberazione dopo queste atroci torture.

INQUINAMENTO

Gli scarichi degli allevamenti vanno ad inquinare l’aria e le acque della zona,
come accade per qualunque tipo di allevamento intensivo in cui le deiezioni producono molta ammoniaca.

L’industria della pelliccia ha però anche un altro aspetto, che è quello della concia. In questo momento della produzione vengono utilizzati composti altamente tossici e cancerogeni che invadono l’ambiente.
Non è un caso che alcuni dei principali poli conciari italiani (pelli e pellicce) siano affetti da un livello di inquinamento e una diffusione di tumori al di sopra della media.

Fonte: AIP

ESCADA e i suoi Legami con l'Industria della Pelliccia

Nell'autunno 2007 è iniziata una campagna globale contro l'industria della pelliccia e contro ESCADA. Molti gruppi per la liberazione animale e attivisti si sono mobilitati per partecipare a questa campagna.
L' obiettivo della campagna è abolire il commercio di pellicce in tutte le sue forme.
Ci inspiriamo ad idee emancipatorie e cerchiamo di svilupparle ulteriormente, idee che si oppongono ad una società basata sullo sfruttamento e promuoviamo solidarietà con animali ed umani, vittime della violenza e dell'oppressione, perciò anche con le vittime dell'industria della pelliccia e le vittime di ESCADA.
La campagna non finirà fino a quando ESCADA non rimuoverà ogni articolo in pelliccia o con inserti di vero pelo dalle proprie collezioni.

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Il nome ESCADA si riferisce ad un bellissimo cavallo irlandese che la stessa compagnia sfoggia nel loro sito web; un cavallo che non vuole essere domato ne dominato.
Il network globale contro l'industria della pelliccia si chiede come ESCADA, che dimostra di essere affascinata da un animale cosi libero e selvaggio, possa essere coinvolta in qualcosa di cosi brutale come l'uso violento e la distruzione di migliaia di individui: i così detti "animali da pelliccia" che ESCADA indirettamente deruba della loro libertà forzandoli in gabbia e rendendoli parte dell industria della pelliccia.
ESCADA si autoproclama compagnia internazionale di alta moda, con sede ad Aschheim/Munich, Germania.
La gamma di prodotti varia da design per donna (abiti da sera, abbigliamento sportivo e da ufficio), abbigliamento per bambini, accessori e profumi. Il gruppo ESCADA è proprietario di una compagnia sussidiaria chiamata PRIMERA che a sua volta è proprietaria dei marchi APRIORI, BIBA, CAVITA E LAUREL. Tutti questi marchi utilizzano pelliaccia nelle loro collezioni.

IL RUOLO DI ESCADA NELL'INDUSTRIA DELLA PELLICCIA
Il settore della vendita al pubblico gioca un ruolo vitale per quest'industria ed è la vendita del prodotto finito che decide se il buisiness è lucrativo.
ESCADA è implicata in svariati stadi dei processi di produzioni: disegna le proprie collezioni, le produce nei propri stabilimenti e le vende nei propri negozi o in concessioni nei grandi magazzini. Per queste ragioni ESCADA è da considerarsi responsabile per l'imprigionamento e l'uccisione dei cosidetti animali da pelliccia. Se ESCADA smettesse di vendere pellicce sarebbe un chiaro segnale per tutte le casa di moda; chiarirebbe che gli abiti in pelliccia non sono ne chic ne glamour, la violenza non lo è mai stata.

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VIOLENZA SUGLI ANIMALI DA PELLICCIA E STRATEGIE DI DISSIMULAZIONE
Migliaia di visoni, procioni, chinchillà, conigli, ed altri animali sono tenuti in gabbia per mesi per poi essere gassati o uccisi tramite elettrocuzione.
Altri animali vengono catturati e uccisi nel loro habitat naturale tramite delle trappole.
Negare la capacità di questi animali di provare paura, sofferenza e negare la violenza perpetuata nei loro confronti è da tempo la strategia usata da allevatori, pellicciai e venditori per nascondere le brutalità di questo mercato.
L'industria della moda inventa sempre nuovi metodi per nascondere la vera indentità della pelliccia: riducendo la pelle degli animali in pezzi, tingendola, rasandola, distoglie l'attenzione da quello che la pelliccia realmente è, facendola sembrare sempre più come il tessuto con il quale viene combinata. Cucita su giacche, guanti, sciarpe e giubbotti tendiamo a dimenticare che quella pelliccia apparteneva ad un animale, un' individuo cosciente con la capacità di provare gioia e tristezza, con interessi e desideri.
Dire che la pelliccia è un prodotto naturale è un altro tentativo di ingannare la gente. Le pelli industrialmente prodotte attraversano una moltitudine di processi chimici e meccanici con un altissimo consumo di energia e una grande produzione di rifiuti chimici. È patetico che l'industria della pelliccia si aggrappi ancora al mito della naturalezza.
Lo sfruttamento animale ed il totale dominio sui loro corpi è un prodotto della nostra cultura. È il simbolo del potere socialmente organizzato sulla natura e sugli animali. Lo sfruttamento animale è da definirsi perciò una catastrofe e assolutamente non naturale.

MOSTRA AL GRUPPO ESCADA CHE ANCHE TU NON SUPPORTI QUESTO MERCATO!
Cosa puoi fare:
- non comprare nessun prodotto ESCADA (incluso APRIORI, BIBA, PRIMERA, CAVITA, LAUREL) fino a che non faranno la scelta etica di non vendere più pellicce
- non comprare alcun prodotto di pelliccia o con inserti di vero pelo
- contattate il gruppo ESCADA e fate sapere loro che anche voi siete contro l'uso di pellicce. ricorda che del gruppo ESCADA fanno parte PRIMERA, BIBA, APRIPRI, CAVITA e LAUREL:
ESCADA AG
Margaretha-Ley-Ring 1
D-85609 Aschheim-München
email: info@de.esada.com
telefono: 0049 89/9944-0
fax: 0049 89/99 44-1111
-supporta anche tu il network contro l'industria della pelliccia, partecipa alle proteste o inviaci informazioni e fonti.

Fonte: AIP

Contro gli Inserti di Pelliccia nei Negozi MAX MARA FASHION GROUP

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Max Mara è tra i nomi più noti dello stile italiano, un marchio storico che da 55 anni è in continua crescita ed espansione in tutto il mondo, ma che non si è mai fatto scrupoli ad utilizzare pelliccia animale nelle sue collezioni. Negli anni questa azienda ha inoltre creato numerosi altri marchi, anche questi senza remore ad usare i cadaveri di animali scuoiati.

Vogliamo che le collezioni di tutti i marchi del Max Mara Fashion group diventino “fur-free” e cessino di diventare il motivo per cui vengono scuoiati centinaia di migliaia di animali in più ogni anno.

Quello che  loro propongono come stile non è altro che una moda sanguinaria. Quel pelo che adorna i capi firmati Max Mara o Max&Co. era il manto di un animale, l’unico ad avere il diritto di indossarlo.
Un'industria senza scrupoli alleva e uccide ogni anno decine di milioni di animali per strappargli la pelle e trasformarla in capi di abbigliamento. Un’industria che si nasconde dietro al luccicante mondo della moda e dello spettacolo, che creano desideri volubili e allontanano gli individui dalla riflessione su ciò a cui stanno contribuendo con i loro acquisti.

Non possiamo non renderci conto che quello che vediamo nelle vetrine sono i resti di animali morti, uccisi per una moda inutile. Una moda per la quale esseri viventi diventano semplici oggetti, merci da allevare, scuoiare, esporre in vetrina, impacchettare. Gli animali sono invece esseri senzienti, capaci di emozioni e sensibili al dolore come gli umani, e come tali dovrebbero essere rispettati. E’ solo per ignoranza ed egoismo che le altre specie animali vengono considerate inferiori e sfruttate in nome del profitto o della vanità.

Negli ultimi anni campagne di protesta e di pressione su molte aziende hanno ottenuto un loro cambiamento di politica riguardo la produzione di inserti di vera pelliccia. Marchi e stilisti in tutto il mondo, così come grandi magazzini e ipermercati, stanno cessando la collaborazione con l’industria della pelliccia.
Anche in Italia un cambiamento è in atto e se il mercato della pellicceria pura è in netto calo risulta adesso più che mai necessario andare a cambiare le cose tra i marchi di moda e gli stilisti.

COSA E’ IL MAX MARA FASHION GROUP

La casa di moda Max Mara nasce a Reggio Emilia 55 anni fa, fondata da Achille Maramotti. Adesso l’azienda è in mano ai suoi tre figli: Luca, Maria Ludovica e Ignazio.
Maramotti Achille ha spostato i suoi interessi verso la finanza e infatti possiede quote di Unicredit, in cui siede anche nel consiglio di amministrazione. Max Mara Finance, società di investimenti della famiglia, è inoltre il principale azionista di Credem (Credito Emiliano), banca della quale Maramotti è vicepresidente del consiglio d’amministrazione.

Il gruppo Max Mara è costituito da una cinquantina di aziende e società disseminate per tutto il mondo, con più di 4.500 dipendenti e circa 2300 negozi a marchio proprio in 90 paesi diversi.
Oltre alla capogruppo, le più importanti per ricavi sono nell'ordine Marina Rinaldi, Marella, Maxima, Manifatture del Nord, Imax, e Diffusione Tessile.

Il Max Mara Fashion Group racchiude i seguenti marchi:

Max Mara
Max&Co.
Maxsport
Marina Rinaldi
Marella
Pennyblack
Newpenny
Persona
Iblues

PERCHE' MAX MARA FASHION GROUP?
La scelta dell’obiettivo per questa campagna non è casuale. Max Mara è uno dei nomi più noti nel panorama della moda italiana.. I negozi del MMFG nel mondo sono circa 2000, disseminati in 90 diversi paesi, e ne fanno uno dei più grandi gruppi di abbigliamento a livello internazionale. La loro sopravvivenza non dipende però dalla presenza di pelliccia nel catalogo e possono benissimo farne a meno, risparmiando così la vita a centinaia di migliaia di animali ogni anno.

Una scelta “fur-free” da parte di Max Mara e di tutti gli altri marchi del gruppo avrebbe inoltre una certa risonanza nella moda italiana e internazionale.

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COSA PUOI FARE

E’ in corso una campagna internazionale di proteste contro Max Mara e tutti gli altri marchi del Max Mara Fashion Group. Questa campagna, come tutte le altre lanciate finora da AIP o da network internazionali contro le pellicce, si basa sulla pressione, sull’informazione e sul boicottaggio dell’azienda, e non avrà termine fino a che non ci sarà un impegno aziendale verso una politica senza pellicce.

La campagna ha necessariamente bisogno di individui interessati a lottare in prima persona per salvare gli animali vittime di questa industria sanguinaria e senza scrupoli. Ci sono molti modi in cui ognuno di voi può diventare importante per raggiungere gli obiettivi prefissati. Questi sono solo alcuni:

-Impegnati innanzitutto a non comprare mai capi con inserti in pelliccia e non fare acquisti nei negozi del MMFG fino a che non saranno fur-free. Convinci anche tutte le persone che conosci a boicottarli.

- Diffondi la campagna. Puoi richiederci volantini da diffondere tra chi conosci o da mettere sui tavoli informativi.

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- Fai sapere all'azienda che hai deciso di aderire al boicottaggio. Puoi mandare loro una lettera, una e-mail, un fax, fare una telefonata. Ognuna di queste comunicazioni per loro è un possibile cliente perso. Non sottovalutarne l'importanza.

MAXMARA FASHION GROUP
Via Giulia Maramotti, 4
42100 Reggio Emilia (RE)
Tel: 0522-3991
Fax: 0522-3993993

Capo Ufficio Stampa - Magnolia Laurenzi
laurenzi.m@maxmara.it

Responsabile Comunicazione - Larisa Fasi
proffice@maxmara.it
fasi.l@maxmara.it

Responsabile Comunicazione - Giorgio Guidotti
guidotti.g@mmfg.it

Altre Mail:
info@maxandco.com
franchisingita@maxandco.com
franchisingexp@maxandco.com
info@marella.it
otb.iblues@marella.it
info@marinarinaldi.it

Tutte le mail in blocco “Copia e incolla”:
guidotti.g@mmfg.it, info@maxandco.com, franchisingita@maxandco.com, franchisingexp@maxandco.com, info@marella.it, otb.iblues@marella.it, laurenzi.m@maxmara.it, proffice@maxmara.it, fasi.l@maxmara.it,  guidotti.g@mmfg.it, info@marinarinaldi.it

Lettera Tipo:

Spett.le Max Mara Fashion Group,

Con questo messaggio voglio esprimere il mio sostegno alla campagna di protesta nei confronti della presenza di capi contenenti inserti di vera pelliccia nelle collezioni dei alcuni dei vostri marchi.

Vi ricordo che ogni anno decine di milioni di animali vengono allevati in condizioni orribili e uccisi brutalmente per potergli strappare il manto e trasformarlo in inserti, sciarpe, cappucci o giacche come quelle prodotte da alcuni dei vostri marchi.

Molte aziende hanno cessato di produrre e vendere inserti di vera pelliccia, tra cui tutti i grandi magazzini italiani e decine di marchi e stilisti a livello internazionale. Ritengo che la stessa scelta etica sia un passo che anche Voi dovreste fare, proponendo abbigliamento che sia privo di questa brutale crudeltà.
Fino al momento in cui non sarà resa pubblica una simile decisione mi impegno a partecipare alla campagna di protesta e boicottaggio nei confronti di tutti i Vostri negozi e a diffonderla il più possibile tra tutte le persone di mia conoscenza.

…. Nome

Fonte: AIP

2008-12-04

Whose Skin Are You In??

Watch PETA's newest video, which exposes the cruelty that goes into every piece of leather, fur, wool, and exotic skins used for "fashion."

Source: Peta

2008-11-16

Il traffico di pelli di cane in Cina

Ogni anno questo terribile commercio causa oltre 2 milioni di vittime, tra cani e gatti. I più grandi allevamenti si trovano in Cina, specialmente al nord, dove la pelliccia degli animali, esposti a temperature rigidissime, cresce folta durante i freddi inverni.
Le condizioni degli allevamenti sono spaventose, e gli animali affrontano un vero e proprio calvario fino alla fine dei loro giorni. Molto spesso i cani e i gatti non provengono neanche dagli appositi allevamenti, ma sono cresciuti in piccole aziende a gestione familiare, dove vivono stipati in minuscole gabbie per poi morire in maniera agghiacciante davanti agli occhi dei loro compagni.

I cani vengono sgozzati e fatti morire dissanguati, oppure bastonati sulla testa. I gatti vengono spesso impiccati con cappi metallici.

In Italia l'allevamento, l’importazione e il commercio delle pelli di cane e di gatto è illegale (Legge 189/04 sui maltrattamenti degli animali).

Tuttavia bisogna prestare attenzione al fatto che, per nascondere la provenienza delle pelli ai consumatori, sull'etichetta (quando presente) vengono utilizzati pseudonimi e nomi di fantasia.

asian jackal
genette
asiatic racoonwolf
goyangi
asian wolf
housecat
corsak fox
katzenfelle
dogue of China
lipi
finnracoon
mountain cat
finnracoon asiatico
wildcat
fox of Asia
special skin
gae wolf
gubi
kou pi
lamb skin
loup d'Asie
nakhon
pemmern wolf
sakhon
sobaki
special skin